Itinerari religiosi
Ci sono vie e sentieri della Riviera dei Cedri in cui si ha l’impressione di respirare un atmosfera quasi mistica. Il senso del sacro è radicato da millenni in questi luoghi: molti borghi sono addirittura nati intorno a vecchi rifugi monastici. Siamo al centro della leggendaria regione del Mercurion, dove poco prima dell’anno Mille si rifugiarono i monaci basiliani in fuga dalla persecuzione iconoclasta dell’imperatore bizantino. Nacquero così piccoli monasteri di rito greco, le cui tradizioni col tempo si sono mescolate alla cultura occidentale, dando vita a mille modi diversi di celebrare le festività religiose. Tali influenze e diversità si riscontrano ancora nelle processioni che attraversano i borghi e le contrade durante le principali festività, le cui manifestazioni rasentano, a volte, il fanatismo. È il caso dei vattienti di Verbicaro, devoti che durante le celebrazioni della Pasqua attraversano il paese percuotendosi e flagellandosi.
Una molteplicità di espressioni lampante anche nella forma delle chiese, influenzata non solo dagli svariati stili architettonici, ma anche dalla conformazione stessa del paesaggio: resti di piccoli monasteri e chiesette di paese si alternano così a santuari che sorgono nelle grotte o a chiese incastonate nella roccia.

Chiesa di S.Pietro
Chiesa di S.Pietro nella struttura settecentesca e nei caratteri architettonici, ad unica navata rettangolare, abbastanza ampia, sobriamente decorata, sorgeva alla periferia del paese in uno spiazzale, detto “mpedi dd’urma” (ai piedi dell’olmo), per un olmo che vi vegetava, fiancheggiato da un torrente, che per la vicinanza alla chiesa venne denominato canale di S.Pietro. Le acque del canale, però, a regime torrentizio, specialmente nelle piene invernali, non frenate da alcuna briglia o argine, determinarono col tempo, per la loro forza erosiva, franamenti del terreno, che minarono la stabilità della chiesa, la quale, divenuta pericolante, fu chiusa al pubblico nel 1930. Fu demolita nel 1950 per evitare che crollasse, lo spiazzo rimasto libero sistemato e consolidato porta il nome di piazza S.Pietro. La campana datata 1719 è conservata nella chiesa madre come pure tutto l’arredamento sacro di pertinenza della chiesa e la statua di S.Pietro, di pregevole fattura dell’artigianato sacro napoletano del ‘700.

Il monastero dei domenicani
Il monastero dei domenicani fu costruito fuori dal centro abitato, in una zona pianeggiante, denominata, perciò, il “piano”, che ora costituisce il punto di riferimento del paese, dopo la sua espansione urbanistica. A pianta quadrangolare, con al centro il chiostro e sull’ala destra la chiesa di S.Domenico, orientato verso nord-ovest, opera di esperte maestranze locali, esprimeva caratteri e motivi stilistici dell’architettura cinquecentesca, come si poteva notare dal portale e dalle arcate della Chiesa. Vicino, era ubicato un piccolo ospedale per i poveri. Il monastero ebbe una durata molto breve, venne soppresso dopo un trentennio appena di attività. I beni vennero assegnati alla chiesa parrocchiale. Con il passare del tempo, l’edificio, non più abitato e non più curato crollò parzialmente. Nulla più resta del vecchio monastero, ad eccezione di una parte dell’ala sinistra, quasi completamente rifatta e riadattata ad uso di abitazione privata. Per il resto, al suo posto, sorge l’attuale Piazza Piave con il Monumento ai Caduti. Neppure la chiesa esiste più, demolita nel 1930 per la sua malferma stabilità.

Santuario Madonna del Lauro
La devozione alla Madonna del Lauro ha origine a Meta di Sorrento nel secolo VIII, quando una vecchietta, intenta a pascolare la sua mucca, ebbe una visione prodigiosa: ai piedi d’un lauro vide una statua legnea raffigurante la Madonna, tra i cespugli fiammeggianti, circondata da una chioccia e da dodici pulcini d’oro. La buona vecchietta subito comprese di trovarsi di fronte ad un prodigio divino, e non indugiò ad avvertirne il Vescovo di Sorrento.

Da quest’episodio la devozione andò incrementandosi nei secoli. Sul luogo dell’avvenimento fu eretta in seguito una chiesa più volte ingrandita ed abbellita, dichiarata dai Papi Basilica pontificia e arricchita di molti privilegi.

La tradizione vuole che verso la fine del Seicento alcuni marinai di Meta di Sorrento, dediti al traffico, furono sorpresi, tra Scalea e la costa campana, da una violenta tempesta, che stava per sommergerli. Persa ogni speranza di salvezza, invocarono l’aiuto della loro Madonna del Lauro, facendo voto che, una volta sbarcati a riva, ne avrebbero diffuso il culto. Placatasi la bufera e scesi a terra a Scalea, i marinai, in segno di riconoscenza per la grazia ricevuta, mantennero la promessa e portarono nella città una statua della Madonna. I marinai del luogo, poi, col beneplacito del principe Spinelli, costruirono l’attuale chiesetta dedicandola alla Madonna del Lauro come a loro Patrona.

La statua fu solennemente incoronata il 7 settembre 1987 da monsignor Giovanni Marra, vescovo ausiliare di Roma con una corona argentea, placcata in oro, che era stata offerta dai marinai nel 1802.

In pari data la chiesa fu elevata a Santuario diocesano con decreto del vescovo Augusto Lauro.

Chiesa di S.Maria di Loreto
La Chiesa di S.Maria di Loreto situata a due chilometri circa dal paese, in aperta campagna, sul fianco sinistro della valle dell’Abatemarco, di origine medievale, molto modesta nella sua semplicità architettonica. Intorno al sec. X , sul luogo dove sorge la chiesetta, fiorì un romitorio femminile , basiliano. La preventiva denominazione era di Santa Maria del rito (per il rito bizantino che vi si professava) e solo in seguito la denominazione è cambiata in Santa Maria di Loreto. All’interno si possono ammirare una statua in cartapesta raffigurante la Madonna con bambino e nell’abside della chiesetta affreschi raffiguranti la Madonna con bambino e Santi. All’esterno sopra il portale vi è una nicchia dove è posta una statuetta in pietra raffigurante la Madonna con il bambino sulle spalle (stessa iconografia dell’affresco).

Chiesa di S.Francesco di Paola
La Chiesa di S.Francesco di Paola, santuario diocesano dal 9 settembre 1997, risale alla fine del 1800, si trova su una collina “supra dd’iertu”, a circa tre chilometri dal paese, percorrendo la strada rotabile, da dove si domina con lo sguardo, per l’ampio orizzonte, la serra verdeggiante delle colline, che degradano verso la valle, tra l’Abatemarco ed il Lao, fino alla costiera tirrenica. E’ a pianta rettangolare, ad una piccola sola navata, con facciata principale e porticato, poggiato su tre archi a tutto sesto, con portone d’ingresso interno e campaniletto a vela costruito all’apice dello spiovente della tettoia. La chiesa custodisce una statua di cartapesta del Santo a cui è dedicata, un organo a canne, sull’altare centrale un dipinto su tela raffigurante il Santo e una croce lignea. Fu costruita con i fondi che un eremita della zona, Fra Giuseppe Cetraro, raccolse, questuando nei dintorni e con le offerte dei proprietari delle vigne, essendo S.Francesco il protettore dei vigneti.

Chiesa di S.Maria la Nova
La chiesetta di S.Maria la Nova, che era ubicata fuori dell’abitato, su una collina a monte del paese, detto “Calvario”, solitaria, un tempo era un antico romitorio, con delle celle per gli oblati, per coloro che vi si ritiravano per dedicarsi alla preghiera consacrandosi al servizio di Dio e della Chiesa. Nell’interno della chiesa, in una nicchia era riposta la statua di S.Antonio di Padova e su un altare laterale era collocata la statua della Madonna scolpita nel 1700. Queste statue sono ora custodite nella nuova chiesa di S.Maria la Nova; armonica nella sua modesta e contenuta struttura architettonica, fu fatta costruire per iniziativa e devozione di privati nel 1879, nelle vicinanze della vecchia, che era andata in rovina per mancanza di manutenzione dopo il suo incameramento da parte del governo e che crollò nel 1886 logorata dal tempo, dopo che lo spiazzo antistante era stato adibito a cimitero comunale. L’8 settembre si celebra la festa della natività della Madonna. Sull’altare centrale si può ammirare un dipinto su tela raffigurante la Madonna col bambino in trono, probabilmente opera di Genesio Galtieri.

Chiesa di San Giuseppe
Iniziata il 31 Ottobre 1897. Decorata di stucchi e adornata in alto al centro, su un pinnacolo, dalla statua di S.Giuseppe e lateralmente dalle statue di Gesu’ e della Madonna. Ad unica navata, all’interno è decorata di stucchi e pitture che rappresentano episodi della vita di S.Giuseppe. Vi sono sculture in legno e cartapesta e un organo ligneo.

Si conserva il vecchio portale in pietra dell’antica Chiesa di San Domenico, che sorgeva accanto al monastero dei domenicani, demolita nel 1930 per la sua malferma stabilità.

Chiesa madre dell’Assunta
Epoca costruttiva inizio 1400; ampliata dalla parte absidale, restaurata e meglio decorata, in tre successivi periodi, tra il 1883 ed il 1927; gli ultimi restauri furono effettuati nel 1974.
Si trova ai piedi della rocca di Bonifanti, su cui sorge il borgo medievale. Sorge in quella che tra il ‘400 e il ‘500 era la periferia del paese.

La chiesa, anche se soffocata nella prospettiva esterna, per la ristrettezza spaziale del sagrato, dalle case circostanti, presenta una facciata stilisticamente armoniosa, di tipo classico. Interno ad un’unica ampia navata, con quattro grandi cappelloni laterali su ciascuna fiancata.
Le pitture che l’adornano sono state effettuate tra il 1925 ed il 1926.Rappresentano sullo sfondo della cupola absidale il trionfo della Madonna, sulle pareti laterali di fondo, all’altezza dell’altare maggiore, episodi evangelici e, sulla volta del soffitto, l’ultima cena, secondo la versione leonardesca.

All’interno possiamo ammirare varie statue in legno e cartapesta, una tavola dipinta raffigurante la Madonna con bambino e Santi in preghiera probabilmente opera del pittore Genesio Galtieri, e due organi lignei. Nella sacrestia sono conservati preziosi paramenti in seta, oggetti sacri vari del ‘500, una croce astile in argento del ‘600 di pregevole fattura e un messale Romano del ‘600.

La Chiesa delimita da un lato quella che per secoli è stata la piazza principale di Verbicaro, il luogo in cui si è svolta la vita civile del paese. Infatti, abitualmente è ancora oggi chiamata “a Chiazza”, senza ulteriori specificazioni. Ha avuto tra i suoi edifici anche le carceri. Lo ricorda un’antica lapide: A.D. 1825 Astricti crimine conspicite, et per horescite hoc intus… Vel cito luetis poenis, integri vero vitae scelerisque puri Blasio Rogiero plaudite non sine eius sindici maxima cura ista aedificatus carcer. Furono costruite nel 1825 dal sindaco Biagio Ruggiero, lo stesso a cui si deve la fontana vecchia. In seguito sono state adibite ad abitazione privata, come tanti altri edifici verbicaresi sorti non come abitazioni, ma diventatili nel tempo.

Attualmente non e’ possibile visitare l’interno poiche’ e’ stata chiusa al culto per problemi di staticita’.

Chiesa S.Maria delle Grazie
Chiesa S.Maria delle Grazie costruita secondo i canoni della moderna architettura sacra; aperta al culto in data 11 novembre 1979, giorno votivo della Madonna delle Grazie a ricordo del morbo del colera del 1837. In seguito fu istituita parrocchia Sacro Cuore di Gesù in Nostra Signora delle Grazie. All’interno si possono ammirare varie statue di recente manifattura e sull’altare centrale un antico trittico raffigurante la Madonna delle Grazie e lateralmente S.Giuseppe e S.Anna proveniente dall’antica chiesa in P.zza S.Pietro demolita nel 1950.

Chiesa Madonna della Neve
Chiesetta dedicata a Santa Maria ad Nives. Costituisce il più antico monumento storico del paese. Gli affreschi risalgono al 1500 e raffigurano Santi, furono successivamente coperti da uno strato di calcina e riemersi negli anni ottanta, in seguito ad alcuni occasionali lavori di ripulitura della chiesa. Furono restaurati in seguito ad opera della Sovrintendenza alle belle arti che, riconoscendo il valore storico ed artistico della Chiesa, ha provveduto, inoltre, ad effettuare lavori di consolidamento, di risanamento e di restauro, per il riassetto completo dell’edificio.

La chiesetta, modesta nella sua sobrietà architettonica, a pianta rettangolare e ad unica navata, ma piacevole per la sua posizione alpestre, in cima alla roccia, da dove si domina l’ampio paesaggio vallivo tra Verbicaro e Grisolia, si raggiunge attraverso un dedalo di viuzze strette. All’interno vi è una piccola statua lignea di antica fattura artigianale raffigurante la Madonna con Bambino, in trono.

Nella cappella oltre agli affreschi vi è la seguente iscrizione: Hoc opus f.f. Donna Domenica De Donato da Milito MCCCCCXXXVIIII (1539). Prima erano datati intorno al 1400 perchè, l’iscrizione della data era visibile solo parzialmente MCCCC.

Chiesa Madonna del Carmine
Fu costruita, in località Pampanara, tra il 1895 e il 1896, consacrata nel 1897.

Prima della costruzione della chiesa, nello stesso luogo, esisteva un grosso mortaio di pietra che serviva per la lavorazione della polvere da sparo; si ritiene che sia stato ricavato quando entrarono in uso le armi da fuoco, cioè in epoca posteriore alla costruzione del “castello”, fornito di petriere e saettiere, che erano i mezzi di difesa del periodo dell’alto medioevo; distrutto verso la fine del 1800 per fare luogo alla costruzione della chiesa.

Nell’interno si possono ammirare delle pitture e la statua in cartapesta della Madonna del Carmine.

Chiesa Materdomini
Risale presumibilmente, per la vicinanza di antiche grotte, ai monaci italo-greci, più noti come basiliani che festeggiavano la madonna di Materdomini il martedì dopo la Pentecoste.
L’attuale struttura non è originaria, è stata infatti ricostruita all’inizio del secolo scorso con affreschi probabilmente ma non fedelmente ispirati a quelli precedenti.

Chiesa San Pietro Apostolo
Imponente struttura dallo stile classico munita di torre campanaria che si eleva sul fianco destro su due livelli. Ha tre portali d’ingresso rettangolari. Quello centrale di dimensioni più grandi, è fiancheggiato da alte colonne decorative. Nella parte superiore del prospetto principale, coperto da un timpano triangolare, sono presenti due nicchie che ospitano statue marmoree e un rosone centrale recante la raffigurazione della Madonna. L’interno, a tre navate decorate con stucchi policroni, custodisce la statua lignea di San Pietro Apostolo

Chiesa del Purgatorio
E’ la più antica chiesa del paese, sorge in una località detta “mballaturi” (sotto la torre) risalente al sec. XII. Dalla struttura molto semplice, sovrastata da un piccolo campanile a vista, conserva un superbo portale litico in stile romanico. Questo è sormontato da due monofore rettangolari che fiancheggiano una nicchia di medesime dimensioni. L’interno dell’edificio sacro custodisce dipinti

Convento dei cappuccini
A Tortora, in pieno centro storico c’è un convento dei Padri cappuccini. Ha annessa una chiesa corredata dalla singolare cupola a gradini digradanti con copertura a tegole. Il prospetto principale è privo di elementi decorativi. Conserva esclusivamente il portale rettangolare sormontato da un decorativo timpano triangolare. L’interno, molto sobrio, custodisce sculture lignee e dipinti raffiguranti scene della Bibbia.

Chiesa della Foresta
L’esigenza di una vita comunitaria più aggregante, avvertita sia dai giovani che dai meno giovani, ha indotto l’Amministrazione Comunale ad assecondare il loro bisogno spirituale e religioso con l’erogazione di contributi per costruzione della Chiesa in detta località. Per tale finalità prezioso risulterà l’operato di don Franco Laurito fortemente impegnato in tale opera di crescita sociale e religiosa.

Chiesa del Sacro Cuore
Il contributo dell’Amministrazione comunale ha consentito di effettuare lavori di ripristino sull’edificio, di realizzare e arredare il campo giochi della parrocchia, tradizionale luogo di aggregazione e di ritrovo dei ragazzi del centro, che così hanno l’opportunità di socializzare tra di loro in un ambiente sano e stimolante.
L’area antistante la Chiesa è stata resa più funzionale e destinata ad area pedonale.

Santuario della Madonna della Grotta
Con la sistemazione della scalinata si è voluto restituire a questo luogo di culto e di pellegrinaggio uno dei suoi più particolari motivi di caratterizzazione.
Il restauro della lunga rampa di accesso alla Grotta Madonna è avvenuto nel pieno rispetto dei canoni tra li della costruzione con l’utilizzo della pietra di mare sta a coltello, il materiale usato dai primi costruttori.
Sul lato sinistro della scalinata è stata predisposta la posa serie di mosaici realizzati con i ciottoli del nostro arenile, raffiguranti la Via Crucis”, opera dell’artista praiese Vittoria Gallori.
Il percorso della scalinata è stato reso più suggestivo dalla installazione di apposite lampade che sul lato destro sono finalizzate ad illuminare le stazioni della “Via Crucis” e sul lato sinistro indirizzano un fascio di luce sui gradini, quasi a scandire la salita verso il Santuario, vero monumento artistico scolpito nella roccia.

Al suo interno sono visibili il masso su cui è stata depositata la statua lignea del 1300 della Madonna con il Bambino, lo scavo dell’insediamento preistorico, la cappella della Madonna della Neve con statua marmorea del XVI secolo della scuola del Cagini e la chiesa dove è custodita la copia statua della Madonna della Grotta.
In prossimità della casa parrocchiale e del campanile si può godere una veduta panoramica di Praia e dell’intero Golfo di Policastro.

La Chiesa dí San Paolo Apostolo
La nuova Chiesa di San Paolo Apostolo, realizzata anche con il contributo finanziario dell’Amministrazione Comunale, su progettazione degli architetti Depresbiteris e Cirillo, è stata fortemente voluta dai residenti della Laccata, unitamente al loro parroco Don Umberto Praino per darsi un luogo di culto più adeguato alle proprie esigenze di aggregazione e di elevazione dello spirito, già concretizzatesi nel tempo mediante l’installazione di un piccolo prefabbricato.

Chiesa di S.Ciriaco Abate

Chiesa della grotta di San Ciriaco

San Nicola in Plateis
La cripta Romanica
La Cripta, o Succorpo, è stata edificata nel pieno rispetto delle regole dell’architettura romanica.
Il materiale utilizzato per la costruzione fu prelevato nella vicina località Fischija, ove nel periodo romano (II-I sec. a.C.) sorgeva Lavinium Bruttiorum.
La Cripta, che è di forma basilicale, ha come elementi portanti sia colonne marmoree, sia pilastri prismatici in tufo con capitelli intagliati e compositi, mentre la struttura portata è costituita dalle volte a crociera.
Prima dei lavori compiuti dalla Soprintendenza ai Monumenti di Cosenza dal 1979 al 1985, si presentava come l’avevano sistemata i fratelli della Venerabile Congregazione di Santa Maria dei Sette Dolori, i cui statuti furono approvati da re Ferdinando IV di Borbone nel 1782.
Le volte erano decorate a tempera con motivi ornamentali eseguiti alla fine del ‘700 e ridipinti nell’800, che comprendevano ovoli mistilinei con i simboli della Passione. Lungo le pareti laterali era collocato il coro in noce intagliato del sec. XIX, composto da 43 stalli, che ora si trova provvisoriamente a Cosenza. Nella parete terminale vi era l’altare ottocentesco in marmo bianco e policromo, che conteneva la nicchia con la statua del Cristo morto. L’Addolorata veniva custodita nella nicchia soprastante ad arco lobato. Sempre nell’800 i componenti della Congrega comprarono un organo a canne, che poi posero al lato destro dell’altare.
La rimozione degli stalli ha riportato alla luce tre affreschi di autore ignoto risalenti al sec. XVI. Uno di essi è in pessimo stato di conservazione, il secondo rappresenta S. Lorenzo con S. Caterina d’Alessandria e S. Antonio Abate, il terzo raffigura la SS. Trinità con S. Nicola e S.Leonardo di Nobiliacum.
testo a cura di Antonio Valente

Il Mausoleo
Ademaro Romano, ammiraglio e consigliere di Roberto D’Angiò, nacque a Scalea intorno al 1280 e morì il 2 dicembre 1343.
Si ritiene che l’opera, composta da pezzi di marmo bianco, sia stata commissionata dallo stesso Ademaro ad artisti napoletani, i quali, nel realizzare il monumento, si richiamarono al modello di scultura di Tino di Camaino, e in senso lato all’arte di Arnolfo di Cambio e a quella dei fratelli Bertini.
Il sepolcro con la statua dell’ammiraglio è sovrastato dal baldacchino ad arco quadrilobato, che retto da due colonnine a tortiglione, contiene nel timpano due medaglioni circolari con emblema ed uno quadrangolare con l’effigie dell’Eterno Padre.
Il baldacchino è coronato da due pinnacoli e da una statuetta acefala e sostenente uno stemma con due chiavi incrociate. Il sepolcro, sorretto da due leoni, presenta sulla fronte cinque bassorilievi, i quali, a partire da sinistra, raffigurano S. Giovanni Battista, S. Margherita d’Antiochia, la Madonna col Bambino, S. Caterina d’Alessandria e S. Giovanni Evangelista.
Nella lastra laterale destra vi è l’immagine in rilievo di Ademaro, che in ginocchio regge uno stendardo con gigli angioini e chiavi incrociate, mentre in quella sinistra compare lo stemma della famiglia Romano. Quest’ultimo, rappresentato da un leone rampante con fascia dentata, è ripetuto due volte nell’affresco della volticella del baldacchino.
Le iscrizioni latine in caratteri gallici disposte a cornice sulla fronte del sarcofago riportano la personalità di Ademaro e la sua data di morte.L’ammiraglio si trova qui sepolto in quanto egli, avendo sostenuto le spese per la costruzione della cappella, prima dedicata a S. Giovanni Battista e poi a S. Caterina d’Alessandria, ottenne da papa Giovanni XXII il diritto di patronato sul sacro edificio.
Il sarcofago venne profanato e danneggiato nel corso del saccheggio compiuto dai Turchi nel 1552. Questi, capeggiati da Dragut Rays, avrebbero portato via la spada in argento di Ademaro.
testo a cura di Antonio Valente

La Chiesa
La chiesa, comunemente detta “di basso”o “della Marina”, è da sempre dedicata a S.Nicola di Bari.

scalea/culto/san_nicola/interno_chiesa La chiesa, comunemente detta “di basso”o “della Marina”, è da sempre dedicata a S.Nicola di Bari.
La sua origine non può essere anteriore al sec. XI, ne è prova l’esistenza della Cripta Romanica edificata in epoca normanna in concomitanza con il processo di latinizzazione delle chiese che dipendevano dal Patriarcato di Bisanzio.
Intorno al 1234 viene eretto il cenotafio di Ruggiero Lorìa (o di Lauria), voluto da Roberto D’Angiò il Saggio per rendere onore all’ammiraglio della flotta aragonese, nato a Scalea verso il 1250 e morto a Valencia nel 1305.
Il monumento funebre andò completamente distrutto nel sisma del 1683.
Pochi anni dopo il cenotafio fu inglobato nella cappella di S.Caterina d’Alessandria realizzata a spese dell’ammiraglio Ademaro Romano, consigliere del re Roberto d’Angiò. L’ammiraglio angioino nato a Scalea intorno al 1280, in riconoscimento per il contributo dato per la costruzione ottenne dal papa Giovanni XXII il diritto di patronato e di conseguenza quello di sepoltura. Così quando morì nel 1343 fu sepolto nel monumento gotico da lui stesso commissionato, opera di artisti napoletani della scuola di Tino di Camaino.
Nel 1355 fu aperta al culto la parte superiore e la chiesa cominciò a funzionare come parrocchia. Col passare del tempo fu ampliata e abbellita, ma i lavori più consistenti vennero eseguiti nel XV secolo e per questi il vescovo Soare, il 18 novembre 1455, ricevette un’indulgenza particolare dal papa Callisto III. Nel 1510 il vescovo diocesano decretò l’elevazione ad Arcipretura della chiesa di S.Nicola e ricevette l’approvazione della Camera Apostolica il 24 maggio 1567.
Le decorazioni a stucco della navata e dell’abside risalgono al XVIII secolo. Le mura e la facciata furono intonacate dopo i danni del bombardamento aereo-navale del 1943, che distrusse la parte alta del campanile, l’organo a canne e il battistero marmoreo del ‘600. Nel corso del XX sec. sono state apportate altre parziali modifiche, come il rifacimento degli altari e del pulpito in marmo, la rimozione del coro ligneo absidale e della balaustra.
Nei secoli la chiesa non è stata risparmiata da saccheggi ed incendi. Particolarmente devastante fu il sacco compiuto dai Turchi nel 1552, che capeggiati da Dragut Rays, rovinarono il sarcofago di Ademaro Romano.
I Francesi nel 1807 incendiarono l’archivio parrocchiale che custodiva documenti di inestimabile valore storico.
testo a cura di Antonio Valente